di Roberto Sedda

Il modo con il quale abbiamo fatto la Global Gam Jam l’anno scorso è irripetibile. È stato un’avventura, è stato una scommessa, è stato molto emozionante: mentre ci prepariamo per la seconda edizione so che potrà essere bellissimo, potrà essere un evento molto riuscito, ma non avrà più il sapore della prima volta. Al primo dei seminari preparatori che stiamo facendo con altri sviluppatori e appassionati di giochi ho detto che per i Fabbricastorie la parola d’ordine, quest’anno, non è più scommessa ma consolidare: che è peraltro una cosa molto più adulta, probabilmente più importante, anche se magari un filo meno eroica.

La Jam di quest’anno sarà diversa anche sotto un altro punto di vista. L’anno scorso volevamo farla, a tutti i costi, e l’organizzazione – più esattamente: il controllo di gestione – è stata un po’ caotica, compreso il fatto che alla fine è stata finanziata totalmente a carico dei Fabbricastorie e piuttosto in deficit. Quando abbiamo deciso di proporre una seconda edizione ci siamo detti che, oltre a servire a consolidare il movimento e la community degli sviluppatori, doveva anche consolidare il nostro modo di lavorare: rientrare nelle spese, fare le cose per tempo, avere sempre il controllo della macchina. Una esigenza che in questi primi mesi di preparazione si è scontrata col fatto che, per dire la verità, non tutto gira per il meglio. La fortuna del primo anno, quando una serie di fortunate circostanze ci ha portato in varie occasioni ad avere inaspettatamente più servizi a fronte di meno spese, è girata: quest’anno le coincidenze sono tutte a nostro danno e portano a dovere fare scelte difficili, qualche volta sgradevoli; è magari più stimolante e ci sono un paio di idee in cantiere che sono partite come soluzioni di ripiego e probabilmente diventeranno dei punti di forza, ma la necessità di fare scelte difficili rimane.

È per questo motivo che vorrei, nei prossimi due mesi, raccontare man mano a tutti, jammer e amici dei Fabbricastorie, cosa stiamo facendo e perché. Consolidare richiede, secondo me, anche la capacità di spiegare le scelte e il funzionamento dietro le quinte della manifestazione, in modo che la consapevolezza di tutti cresca: forse un giorno sarà utile ad altri organizzatori. Ed è anche giusto spiegare scelte che possono non piacere al pubblico e agli altri partecipanti. Siccome alla fin fine tante cose girano attorno al vile denaro, questo primo articolo sarà dedicato a…

… l’economia della Jam

Inutile girarci intorno: fare la Jam costa, più o meno alcune migliaia di euro per la sede, la pubblicità, le assicurazioni, le attrezzature e una serie di altre spese collaterali. Soldi che, peraltro, i Fabbricastorie non hanno; rispetto all’anno scorso la nostra situazione di cassa è diversa e , anche volendo, non possiamo andare in perdita (cioè, per potere possiamo, ma non vogliamo).

E quindi occorre accedere ad altre forme di finanziamento, una situazione simile a quella di molte altre iniziative culturali, che senza la beneficenza dei privati o l’aiuto degli enti pubblici non possono mantenersi. La differenza casomai è quella che la Jam è una realtà grossa che costa (relativamente) poco, molto meno di tante altre manifestazioni, ma comunque troppo per un piccolo operatore privato come noi: e quindi fare la Jam, come fare un festival letterario o qualcos’altro di simile, vuol dire passare per bandi pubblici, sponsorizzazioni e crowdfunding.

Le quote dei partecipanti

Per la verità, la prima forma di finanziamento della Jam sono le quote di iscrizione, il che fa sorgere una domanda interessante: se in ogni caso si deve accedere a fonti esterne (poniamo: una sponsorizzazione) perché i partecipanti devono pagare? Tanto più che non si tratta di un contributo decisivo: a seconda del numero degli iscritti e dell’andamento delle spese le quote di partecipazione oscilleranno fra un quinto e un quarto del budget, non di più.

Beh, questa, per la verità, è la scelta di base e va spiegata, perché è così apparentemente ovvia – si fa l’iniziativa, si chiede una quota – che può passare inosservata.

Chiedere una quota ai partecipanti serve come misura di sicurezza. È un margine di liquidità, come i soldi che hai in cassa per conto tuo, che ti garantisce di poter fare almeno qualcosa se tutto il resto fallisse, e riduce la necessità di rivolgersi ad altre forme di finanziamento (e gli importi da richiedere).

E poi c’è un altro motivo, che riguarda il metterci la faccia (e di conseguenza la mano in tasca). L’etica della partecipazione alla Jam è un fatto di comunità, vuol dire aprirsi, collaborare, sostenersi a vicenda… e quindi anche sostenere la Jam con un piccolo esborso.

Stabilire le quote dei partecipanti è un esercizio piuttosto delicato, con un occhio al budget e l’altro al timore di passare per esosi. Le scelte che abbiamo fatto sono quelle di tenere la quota base immutata rispetto all’anno scorso – anche le spese complessive, all’inizio, non ci sembrava dovessero aumentare – mentre abbiamo aggiunto più varietà nelle quote, diciamo così, speciali.

Dal punto di vista degli sconti una delle scelte difficili è stata quella di cosa fare per gli early bird, cioè il vantaggio per chi si iscrive per primo. Gli organizzatori di un evento offrono questi sconti perché preferiscono avere subito degli introiti e anche per combattere la sensazione della “camera vuota”: una cosa è andare su EventBrite e scoprire che non si è ancora iscritto nessuno, un altro è andare e scoprire che fin dalle prime ore ci sono già altri tot iscritti. Nel nostro caso l’introito immediato non è particolarmente significativo e crediamo di sapere che chi si iscrive è motivato a farlo in ogni caso, quindi l’early bird era meno importante; d’altra parte non è male premiare chi segue con costanza l’iniziativa, magari partecipa ai seminari preparatori ed è più addentro alla comunità. E però non volevamo neanche premiare solo quelli.

Alla fine abbiamo deciso di limitare, in numero e tempo per ottenere lo sconto, gli early bird, ma abbiamo introdotto una nuova categoria di sconti per i nuovi ingressi, cioè per chi partecipa per la prima volta alla Jam, per continuare a dare il segnale che la Jam è un evento divulgativo e promozionale del mondo del gioco. Anche tra noi c’erano opinioni differenti, penso che quello raggiunto sia un compromesso equilibrato.

Tra le altre ipotesi considerate c’era la Jam appesa, come il caffè pagato al bar per un altro che arriverà poi, e partecipazioni facilitate per musicisti, attori o altri specialisti disposti a dare una mano a tutte le squadre. Erano belle idee ma un po’ difficili da mettere in pratica, magari le raffineremo e proporremo un’altra volta. L’anno scorso avevamo anche previsto facilitazioni per chi aveva partecipato ai seminari Please, insert story e delle forme di convenzione. Quest’anno non sono previste, per il momento, ma qualcosa potrebbe presentarsi più avanti.

Crowdfunding e altri sostegni

Se qualcuno avrà dato già un’occhiata alla pagina delle iscrizioni, avrà visto che è possibile fare beneficenza a favore della Jam e che ci sono forme di iscrizione che sono più costose della quota base, con una maglietta o il libro dei Fabbricastorie come bonus. Anche questo è un compromesso; avevamo pensato di lanciare una piccola campagna di crowdfunding su una piattaforma apposita, ma ci siamo resi conto che si sarebbe trattato di una campagna che richiedeva di essere pubblicizzata a parte, e noi volevamo pubblicizzare la Jam, non un’altra cosa. La possibilità di donare alla Jam o di sostenerla in altro modo direttamente dalla pagina di EventBrite è un po’ più rozza di un crowdfunding vero e proprio, ma ci consente di tenere tutte le cose raccolte e di concentrarsi sull’essenziale. Ah, e un’altra cosa: è evidente che la quota che comprende la maglietta è cara, e che la maglietta in sé varrà di meno. Non stiamo vendendo la maglietta – cosa che tra l’altro sarebbe fuori dello scopo statutario – abbiamo cercato un modo simbolico per ringraziare chi ci vorrà dare una mano. Il punto, casomai, è che stiamo dicendo in maniera esplicita che abbiamo bisogno di una mano, dai partecipanti e dagli amici.

Bandi e sponsorizzazioni

Oggi abbiamo mandato al Comune di Cagliari la richiesta di patrocinio. Si tratta di un atto politico: riteniamo che la Jam sia un fatto culturale importante e che perciò sia giusto che il Comune lo riconosca col patrocinio. Ma è anche un atto che ha delle implicazioni economiche, anche se non direttamente: magari rende un po’ più comodi certi modi di fare pubblicità, per esempio. Abbiamo anche intenzione di partecipare al bando per il sostegno per le attività culturali che il Comune fa tutti gli anni. Certo, la data della Jam – che è bloccata in maniera indipendente dalla nostra volontà – mette in situazioni talvolta scomode: tutte le spese devono essere sostenute nel 2018, ma certi fornitori ti chiedono invece di essere pagati subito, nel 2017, e quindi ne nascono dei bei tira-e-molla. E poi abbiamo chiesto un contributo al Centro Regionale per il Volontariato, perché davvero la quantità di lavoro non retribuito speso nella Jam è davvero tanta (prima ancora che dai Fabbricastorie, dalla community in prima persona) e quindi ci sembra di avere le carte in regola.

Forse interpelleremo qualche altra realtà pubblica (un altro paio di possibilità sono già cadute), ma intanto ci stiamo guardando intorno anche sul versante sponsorizzazioni, non solo per la copertura dei costi vivi, ma anche per rendere la Jam più bella: avere una strumentazione da sperimentare, per esempio, come l’eye tracking della Tobii per guidare il gioco solo con gli occhi giunto l’anno scorso tramite l’organizzazione mondiale, può dare non poca soddisfazione: La Jam non è competitiva e non ci sono premi, ma offrire un gadget ai partecipanti ci farebbe piacere, ovviamente. Rispetto all’ente pubblico i privati permettono rapporti più semplici, ma pongono anche domande diverse e talvolta complicate: ci va di avere il tale come sponsor? Che tipo di collaborazione cerchiamo? Quanto si può rendere la Jam un evento commerciale? Già dall’anno scorso abbiamo rifiutato di avere stand alla Jam (c’era una società di assicurazioni che voleva vendere polizze) ma per il resto sono cose tutte da costruire.

Riportare tutto a casa

Rispetto a tutte le altre cose che fanno i Fabbricastorie, la Jam è particolare perché non è solo nostra: è di tutto il movimento. E quindi quest’anno ci siamo dati la regola, quando abbiamo cominciato a parlare di soldi, che quello che entra per la Jam sarà speso per la Jam, rimanendo in pareggio: non avrebbe senso che rimanesse in cassa i Fabbricastorie, casomai sarà usato per dare più servizi. Lo dico non per fare il figurone, ma perché è molto meno semplice da fare che da dire: tu spendi adesso, organizzi per domani ma magari riceverai un finanziamento dopodomani quando la Jam l’avrai già fatta, e tenere tutto allineato non è semplice – a parte che prevedere di avere un avanzo dall’iniziativa è, comunque, estremamente ottimistico. Certo, sto pensando anche alla dimensione economica della Jam in termini di trasparenza (i Fabbricastorie sono soci di Banca Etica, dopotutto): per il momento iniziamo a condividere questi articoli, e poi si vedrà.

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